Partecipanti: Fabio Mingolla, Marco Taverniti, Carlo Figliacconi, Pino Antonini e Sandro Mariani, Stefano Farkas, Raffaella Mazzeo.
È sabato mattina, una bella giornata non troppo calda e ci ritroviamo in sette al parcheggio sotto la salita che porta all’imbocco della grotta; parte del gruppo ha pernottato in tenda. Si assaggia un po’ di melone, si preparano gli zaini, un po’ ce la prendiamo comoda a chiacchierare, poi ci decidiamo a partire per non sprecare il vantaggio che abbiamo sulla tabella di marcia. La salita è la solita, il venticello ogni tanto spira per rinfrescarci, ma certo se si potesse evitare..; nonostante la brezza si arriva comunque su fradici di sudore. Ancora qualche chiacchiera, qualche foto, le macchinette spuntano da tutte le parti, sembriamo dei giapponesi e non la finiamo più. Alla fine si parte. Qui quel senso di “riverente timore” verso questo straordinario buco mi assale; tutte le volte, e nemmeno poche, che ho tentato di scendere ho sempre trovato il lago a rimandarmi su, oppure c’era un impedimento improvviso a costringermi a rinviare la discesa ad altra data, sapendo poi che il gruppo questa volta non l’aveva trovato il lago a bloccargli la discesa. Fatto sta che questi tentativi di discesa sempre interrotti mi hanno reso la Rava un po’ misteriosa, un po’ bizzarra, una strana signora che decide lei quando ricevere ospiti.. Io e Stefano non ci diciamo che con molta probabilità non tenteremo il fondo con gli altri, ognuno ha rispetto delle possibilità dell’altro, magari io no ma l’altro ce la fa, chi può dirlo con certezza. Vedremo il da farsi dopo. È mezzogiorno e mezzo circa. Per primo entra Fabio, io e Stefano chiudiamo il gruppo verso l’una; sotto il 70 già capiamo che faremo la grotta insieme, per me già da lì è tutta una novità.. Lui l’ha percorsa lo scorso hanno fino al 60 e almeno un po’ se la ricorda. Procediamo con andatura costante e tranquilla; attraversiamo un foro disarrampicando per un breve tratto, si scende ancora un po’ fino ad un meandro, una bella frattura inclinata che passiamo senza particolari problemi e scendiamo un paio di salti fino all’imbocco della strettoia. Bisogna entrarci di piedi e il foro di ingresso è un tantino alto per me e segue un’inclinazione che non è esattamente propedeutica per entrarci sottosopra (va a salire); comunque dopo qualche smadonnamento (mio e di Stefano) mi infilo e passo, segue Stefano. Riesco a non bagnarmi troppo. Da lì proseguiamo rannicchiati un meandro non troppo alto, e dopo alcuni salti resi viscidi dal latte di monte , con la corda molto infangata , viscida pure quella e che fila via , arriviamo al P60. Questo è immenso e bianco, avevo visto qualche foto ma fa il suo effetto. Scendiamo un altro po’, gli ambienti sono spesso viscidi per il fango, continuiamo un po’ a tentativi il percorso, a volte perdiamo tempo cercando la direzione, fino a che scendiamo un pozzo di 35 metri frazionato che arriva su una sala ingombra di massi. Qui ci chiediamo che fare; io ultimamente ho un allenamento scarso e persino in piscina sono latitante.. sentiamo la voce di Carlo che sta risalendo dal fondo e il dubbio se continuare ancora un po’ svanisce. Sono circa le 20.00. Dopo una sosta per mangiare qualcosa, invertiamo la marcia e riprendiamo a salire insieme. Quasi subito inizio ad avere problemi con la luce; devo aver mandato del fango quando ho rifornito di acqua l’ariane con la mia siringa, tant’è che si deve essere tappato il forellino di passaggio dell’acqua, il tubo e ogni pezzo li ho puliti la settimana prima con cura e infatti fino ad allora la fiamma era ottima, a niente mi serve scarburare, il problema rimane, appena urto un po’ o mi muovo la fiamma si spegne e pure la scintilla sembra mancare. Dov’è che avevo letto che un buon speleologo deve avere sempre la fiamma in ordine? Mi viene un certo nervosismo (direi anzi che mi girano alquanto le scatole). Vado di lampadina. Duracell plus senza badare a spese, dovrei stare tranquilla. Salgo un po’ a fatica, la faccenda della luce mi ha reso un po’ nervosa e i muscoli delle braccia devo averli dimenticati a casa. Sotto il 60 Stefano ed io veniamo raggiunti da Pino (Antonini ndr), aspettiamo che arrivi pure Sandro e li facciamo passare, hanno diritto di precedenza visto il c… che si sono fatti fino giù. Vado io, poi Stefano. Sotto il 35 (?) che arriva ad un deviatore ed a un terrazzino, lascio almeno 500 Kcal, sono salita un po’ troppo e il croll mi tira impedendomi di atterrare al benedetto terrazzino; faccio un bel po’ di fatica a passare. Dal terrazzino intravedo le corde e un laghetto, c’è un meandro da fare in discesa, un paio di metri che proprio non ricordo ma tant’è. Passa avanti Stefano e me lo perdo. Proseguo per conto mio. Arrivo alla galleria che porta alla strettoia, ma sbaglio buco e con la mia bella lucetta che non vale niente imbocco per un altro buco che porta ad un bel laghetto che chiude ad un sifone. Lì devo dire mi sento un po’ sola, non mi sfiora l’idea di finire le pile per fortuna e mi dico che cavolo un altro buco ci deve essere “migliore” di quello; torno indietro, lo zainetto “da punta” che ho certo non mi dà grossi problemi quanto a incastro ma trabocca di cose e quando vedo l’altro buco, quello buono che porta alla strettoia , mi tolgo gli attrezzi e mi avvio. Le braccia sembrano di pasta frolla, mi viene il dubbio se farmela di piedi o iniziare di testa e poi girarmi, ovvero se farmela tutta di testa.. Sembro Amleto.. Alla fine provo a chiamare, magari qualcuno mi da una dritta. Ed è così, dall’altra parte della strettoia ci sono Carlo e Stefano e.. vado di testa e poi di piedi. Mi allongio alla fine della strettoia un po’ a fatica, mi ritrovo di schiena e lavoro di addominali (che non ho). Stefano si è avviato su, Carlo mia aspetta e nemmeno inizio a risalire che la bella piletta mi dice ciao; gran cosa! Carlo mi fa luce come può con la sua elettrica. La zampogna ce l’ha Stefano, altre non se ne vedono. Io ad ogni pedalata provo ad accendere la fiamma ma non ne vuole sapere, le mani impastate di fango rendono l’operazione anche più nevrotizzante. Appena possiamo riapriamo l’ariane, Carlo ci mette del carburo residuo di una scarburata che ha trovato, bagna il calzino e speriamo che succeda qualcosa (che non succede). Lui è infreddolito, sta perdendo un sacco di tempo dietro ai miei problemi ma cosa sarebbe successo se fossi rimasta da sola in queste simpatiche condizioni?! Non ci voglio pensare. È certo che ci ha messo più tempo negli ultimi 350 metri che a scendere 700 e risalirne 350.. Usciamo all’alba. È incredibile c’ ho messo molto meno tempo al Chiocchio a – 515 con un sacco pieno di corde che qui con uno zainetto risicato e a – 350. Mi dico che Rava non mi ci frega più e mi faccio una bella dormitina. Dopo un po’ compare Marco, gli faccio una foto appena all’uscita, speriamo venga, la macchinetta ha preso un po’ d’acqua. Infine esce Fabio e un po’ acciaccati e un po’ parecchio affamati, schivando un bell’acquazzone, ci dirigiamo alla Sbirra, e già qui si ragiona.. L’uscita è stata produttiva, finalmente c’è il rilievo e l’esplorazione dell’ultimo tratto, a detta di Antonini ci sono 4-5 risalite che potrebbero portare a qualcosa di nuovo.. ma.. chi le fa..?! PS: appena uscita mi ero detta: ok riguardo la Rava questo è più che sufficiente, basta grazie, non credo proprio che la rifarò. Già il giorno dopo ragionavo diversamente: ok mi alleno per bene, non mi faccio fregare troppo tempo dall’università e la rifaccio, magari fin sotto il successivo 35. Evidentemente il fascino della Rava ha colpito ancora.
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