Quest’ultima uscita all’Erdigheta mi ha fatto capire molte cose in più sulle prove d’amore e sul concetto di tempo. Chi va in grotta sa che le grotte a volte lo fanno. Ma andiamo per ordine. L’idea era quella di fare un campo di tre giorni sul fondo dell’Erdigheta, cercando di coinvolgere qualcun’ altro oltre ai soliti noi due (me e Valerio). Ho quindi pensato di coinvolgere Valentina, la mia dolce metà, dimenticandomi quale è stato lo choc per il sottoscritto, nel passare dalle grotte Apuane a quelle Lepine. Credevo di fare cosa lieta coinvolgendola in questa nostra permanenza, peraltro allietata da tendina e tre sacchi letto già posti in loco. Ebbene a posteriori posso dire che non è stata una così bella idea. La grotta non gli è piaciuta dall’inizio alla fine. I luoghi angusti, il continuo strisciare e il fango hanno messo a dura prova il suo amore nei miei confronti. Più volte mi è stato ricordato che io avevo dichiarato ripetutamente di volergli bene. Come potevo averla portata in questo posto. Le mie allora erano solo chiacchiere senza fondamento? Ebbene sono entrato in grotta da fidanzato rischiando seriamente di uscirne single. L’amore però ha prevalso e per adesso, o almeno fino al prossimo invito in una grotta del Lazio, sono ancora fidanzato con Valentina. L’altro fatto a cui accennavo è che questa uscita ha dato un ulteriore significato alla mia percezione del tempo in grotta. Il meandro del Lungo Sonno, rinominato anche “Con calma e per favore” è lungo poco più di 500 metri. Non ha però alcun senso darne una misura di lunghezza. È molto più utile dire che lo si percorre in circa quattro ore. Pensate ad una pista di atletica, il cui perimetro misura 400 metri. Adesso immaginatevi di percorrerla in quattro ore. Partite cioè alle dieci del mattino e solo alle due del pomeriggio ne tagliate il traguardo. Può sembrare assurdo, però è quello che succede all’Erdigheta. All’Erdigheta ha più senso descrivere le distanze con il tempo che con i metri. Ma forse in generale, avrebbe più senso indicare sempre anche quanto tempo si impiega a percorrere un tratto di grotta piuttosto che indicarne solo quanto è lunga o quanto è profonda. Ma basta con le divagazioni e veniamo al dunque. Siamo in tre, giovedì pomeriggio, di fronte all’ingresso per cominciare la nostra discesa o meglio la nostra strisciata verso il fondo. Sono le 18:30 quando entriamo. La grotta è molto asciutta e la progressione è veloce. Procediamo raccontando a Valentina aneddoti e antefatti delle esplorazioni passate. A metà progressione incontriamo il quarto sacco che avevo portato dentro la settimana precedente. Così, armati di trapano, con oltre 100 metri di corda, attacchi, macchina fotografica, materiale da rilievo e abbondanti provviste per tre giorni ci dirigiamo verso la tenda. Lungo il meandro il passa mano con i sacchi è d’obbligo. L’impegno nel passarsi i sacchi e il farli avanzare di strettoia in strettoia mitiga il trascorrere del tempo. Da quando vengo all’Erdigheta possiedo un paio di ginocchiere da skate. Credo che di tutto il materiale che indosso siano le meno costose ma di gran lunga le più preziose. Arriviamo al P50, a me e a Valerio sembra quasi di essere arrivati. Finalmente posso dire a Valentina che il peggio è passato, ma non basta a rallegrarla. Da lì, in poco più di un ora siamo alla tenda. Arriviamo verso le due di notte o del mattino? Ci prepariamo subito qualcosa di caldo. Mettiamo a bollire un po’ di riso e cominciamo a pregustarci la dormita. Finalmente apriamo la tenda per accorgerci che i sacchi di plastica che contengono i sacchi letto sguazzano in due dita d’acqua depositate sul catino della tenda. Perfetto! Fortunatamente né i sacchi letto né i materassini sono bagnati. Asciughiamo la tenda e sveniamo dentro i sacchi a pelo fino verso le 10 della mattina seguente. La mattina abbiamo problemi con il fornello. Riusciamo a cambiare la bombola a colpi di pianta spit. Finalmente verso le 13:00 partiamo con il rilievo e con le foto. Percorriamo un meandro fossile con un po’ di fango che ci immette in un bel pozzo appoggiato. Adesso gli ambienti sono sempre spaziosi. Valerio e Valentina rilevano ed io li precedo fotografando. Il tratto da rilevare è abbastanza lungo e ci vogliono diverse ore per arrivare alla Confluenza; il punto in cui scendendo un pozzo di oltre 20m, attrezzato su uno specchio di faglia incredibilmente liscio, atterriamo sull’attivo principale. Qua c’è una ampia sala da cui parte un meandro che si percorre abbastanza facilmente sul fondo se non vi fosse uno strano latte di monte solidificato. Purtroppo sembra molto più compatto di quanto non lo sia. Si prosegue sempre camminando lungo questa specie di meandro galleria, cercando l’appoggio giusto per i piedi. Il meandro è molto alto sopra di noi. La volta, quando è visibile ci permette di leggere i segni delle grandi masse d’acqua che l’hanno scavata. È chiaramente di origine freatica e di tanto in tanto vi si possono leggere i segni di vecchi sifoni ormai fossili. Dalla Confluenza proseguiamo in due, io e Valerio. Negli ultimi 250 m di galleria si scendono appena 30m di dislivello. Uno delle ultime battute del rilievo è un tiro unico di oltre 20m completamene orizzontali lungo queste gallerie freatiche. Purtroppo la galleria cambia spesso direzione seguendo sempre delle evidenti faglie lungo specchi di parete liscissima. Il rilievo si ferma su di un ennesimo pozzetto di pochi metri. La galleria invece prosegue alta e ampia la sua corsa. Noi la seguiremo la prossima volta. Verso le 19:00 cominciamo a tornare indietro. Alle 22:00 siamo tutti e tre attorno al fornello, pronti per un piatto caldo di gnocchetti in brodo. Finalmente a mezzanotte di nuovo nel sacco a pelo a sognare di gallerie e prosecuzioni, ma anche della Sbirra. La mattina seguente la sveglia sarebbe dovuta suonare alle 7:00. Forse ha anche suonato ma nessuno l’ha sentita. Sono le 9:30 passate, quando per puro caso con l’ennesima giravolta nel sacco a pelo, mi sveglio strusciando la faccia sulla parete umida della tenda. Sveglio gli altri e cominciamo i frettolosi i preparativi. Si inizia con il rimettersi gli scarponi. Valerio combatte non poco per infilarsi i suoi stivali marci e bucati. Mettiamo subito a scaldare un po’ di acqua sul fuoco. La voglia di liquidi caldi è il primo bisogno in grotta, specialmente la mattina. Mangiamo, andiamo al bagno e poi cominciamo a risistemare il campo. L’attività più delicata e importante è quella di asciugare al meglio i sacchi a pelo e i materassini umidi di condensa. Li asciughiamo strusciandoceli addosso sul sottotuta. Rimetterli dentro umidi significa trovare un mucchio di muffa la prossima volta. Per fortuna la grotta non è troppo fredda, siamo intorno ai 7-8 gradi e quindi non è così traumatico indossare nuovamente la tuta umidiccia. Si fa carburo, un ultima pisciata e verso le 12:00 ci rimettiamo in marcia. Dobbiamo fare ancora l’ultima parte del rilievo e le ultime foto, almeno fino sotto il P50. Arriviamo tutti e tre sopra il 50 verso le 15:00. Adesso si ricomincia con lo struscio. Valentina non rinuncia a lamentarsi. Sto meandro proprio non le piace. Verso le 16:30 ci fermiamo a bere e a mangiare qualcosa. Un altra parte di grotta è alle nostre spalle e l’uscita si avvicina. Proseguiamo di buon passo, procedendo tutti e tre insieme. Alle 20:00 siamo sotto il P40 e alle 21:00 siamo tutti e tre fuori sotto le stelle. So già che a me e Valerio tornerà presto la voglia di tornare laggiù a rivedere quelle gallerie……a Valentina no.
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